L’opera rappresenta la ricostruzione di un lungo percorso di ricerca dell’Autore che indaga vari istituti del diritto, sotto diverse visuali e prospettive. Si sono volute recuperare alcune riflessioni che hanno caratterizzato questo viaggio, tappe di una rotta ampia e coerente, attraverso alcuni nodi fondamentali della teoria e della prassi giuridica contemporanea, mostrando come questioni storiche, concettuali e pragmatiche si intreccino nel definire la natura viva del diritto.
La riflessione teoretica non resta confinata nell’ambito speculativo della pura dogmatica o della teoria normativa astratta, ma trae alimento dall’osmosi costante tra dimensione teorica e dinamiche dell’esperienza giuridica. Un diritto che si limiti esclusivamente ai codici [law in the book], e non sia praticato dalle giurisdizioni, o non abbia effetti sulla realtà sociale, non è davvero tale. Ma vale anche il contrario. Il diritto in azione [law in action] non è cieco, e ha bisogno della dogmatica e dei suoi concetti per non disperdere il senso dei fatti giuridici.
Un allievo di Kant direbbe che il diritto senza prassi è vuoto, e che l’esperienza giuridica senza concetti è cieca. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento decisivo nella dialettica tra norma e fatto. È il profilo etico del diritto, senza il quale l’esperienza giuridica risulta incomprensibile.
Dall’intera opera emerge un filo conduttore unitario, dato dagli insegnamenti della Scuola patavina a cui l’Autore è appartenuto. Si tratta di lavori che segnano un cammino e che denunciano l’insegnamento e il naturale ascendente di Francesco Gentile e l’influenza di altri illustri filosofi del diritto, tra cui Franco Todescan, Gian Pietro Calabrò e Antonio Incampo.